Sostenibilità

Climate litigation: il processo alla promessa climatica

Di Emilia Ulmeteanu - G2R Communication Specialist

Nel 2024 sono state depositate 226 nuove cause climatiche. Il totale globale dei casi registrati è arrivato a 2.967, distribuiti in quasi 60 Paesi.

È uno dei segnali più chiari di una trasformazione ormai in corso: la crisi climatica non vive più soltanto nei report scientifici, nei negoziati internazionali o nei piani ESG delle imprese. Sta entrando nei tribunali.

E quando il clima entra nei palazzi di giustizia, cambia linguaggio.

Non si parla più solo di obiettivi, ambizioni, roadmap o impegni volontari.

Si discutono prove, responsabilità, due diligence, diritti fondamentali, comunicazioni ingannevoli, danni e obblighi di protezione.

Il climate litigation, o contenzioso climatico, indica proprio questo: l’insieme delle azioni legali in cui cittadini, ONG, comunità, autorità pubbliche, investitori o regolatori portano governi e imprese davanti ai giudici per contestare omissioni, emissioni, greenwashing, politiche insufficienti o progetti incompatibili con la transizione climatica.

Il fenomeno non è solo una forma di attivismo giudiziario, ma di accountability sociale.

I numeri del contenzioso climatico

Nel tempo, la crescita delle azioni legali è stata rapida. Secondo UNEP, i casi climatici erano 884 nel 2017, sono diventati 1.550 nel 2020 e hanno raggiunto quota 2.180 nel 2022. 

Ma i dati da soli non bastano per definirne l’impatto. 

Il cambiamento più importante è qualitativo. Le cause climatiche stanno diventando più sofisticate, più strategiche e più integrate nella governance della transizione. Nel 2024, oltre l’80% dei nuovi casi registrati dalla LSE è stato classificato come “strategico”: non azioni isolate, ma tentativi di incidere su politiche pubbliche, modelli aziendali, mercati, standard di trasparenza e comportamenti istituzionali.

In altre parole, la climate litigation non mira soltanto a vincere una causa.

Mira a cambiare il campo di gioco.

Il clima come diritto

Per decenni il cambiamento climatico è stato trattato soprattutto come una questione politica: obiettivi da negoziare, piani da approvare, target da aggiornare.

Oggi sempre più cause sostengono che l’inazione climatica non sia soltanto una scelta politica insufficiente, ma una possibile violazione di diritti fondamentali: vita, salute, casa, sicurezza, proprietà, benessere, tutela delle generazioni future.

Il caso più importante in Europa è quello delle KlimaSeniorinnen contro la Svizzera. Nel 2024, la Corte europea dei diritti dell’uomo ha riconosciuto che l’insufficiente azione climatica svizzera violava il diritto al rispetto della vita privata e familiare.

Il principio è potente: gli Stati non possono più limitarsi a dichiarare impegni climatici. Devono dimostrare di offrire una protezione effettiva contro gli effetti gravi del cambiamento climatico.

La politica climatica entra, pertanto, nel perimetro della responsabilità giuridica.

Il fronte delle imprese

Il climate litigation non riguarda più solo gli Stati.

Circa il 20% dei casi climatici depositati nel 2024 ha preso di mira aziende, amministratori o dirigenti. Il perimetro si sta allargando: energia, finanza, trasporti, agricoltura, food retail, servizi professionali, assicurazioni.

Il cuore del tema è semplice: un’impresa può dichiarare impegni climatici ambiziosi e, allo stesso tempo, continuare a investire in strategie incompatibili con quegli impegni? Può comunicare prodotti, servizi o piani come “green”, “net zero” o “carbon neutral” senza basi solide, verificabili e coerenti? Può non considerare le emissioni indirette, gli impatti lungo la catena del valore o i rischi climatici futuri?

Il contenzioso diventa una nuova forma di due diligence.

Non basta più comunicare la transizione: bisogna dimostrare come viene governata.

Quando il greenwashing diventa rischio legale

Uno dei fronti più rilevanti è quello del climate-washing, ossia l’uso di dichiarazioni e comunicazioni climatiche fuorvianti, incomplete, vaghe o non adeguatamente verificabili, spesso finalizzate a migliorare la reputazione ambientale di un’impresa, di un prodotto o di un servizio.

Secondo la LSE, nel 2024 sono stati depositati 25 nuovi casi, portando il totale a poco più di 160 casi tra il 2015 e il 2024

Il punto è semplice: parole come “sostenibile”, “green”, “net zero”, “carbon neutral” o “compensato” non sono più soltanto linguaggio di marketing. Possono diventare oggetto di scrutinio giuridico.

Soprattutto quando si fondano su compensazioni poco trasparenti, carbon credits controversi o piani futuri non supportati da misure attuali credibili.

In Europa, anche il quadro normativo si sta muovendo in questa direzione. La Direttiva UE 2024/825 rafforza il contrasto alle dichiarazioni ambientali generiche, non comprovate o potenzialmente fuorvianti.

La sostenibilità dichiarata entra così nel terreno della prova.

Le imprese devono poter mostrare dati, metodologia, governance, obiettivi intermedi, responsabilità interne e coerenza tra comunicazione esterna e strategia reale.

Il rischio climatico come rischio finanziario

Uno studio pubblicato su Nature Sustainability nel 2024 ha analizzato 108 cause climatiche contro 98 grandi società quotate tra Stati Uniti ed Europa. Dopo il deposito di una causa climatica o una decisione sfavorevole, le aziende hanno registrato in media una riduzione dello 0,41% dei rendimenti azionari.

Per i grandi produttori di combustibili fossili, l’impatto risulta più marcato: -0,57% dopo il deposito della causa e -1,50% dopo decisioni sfavorevoli.

Sono percentuali che possono sembrare piccole, ma su grandi società quotate possono tradursi in perdite significative di valore.

Soprattutto, indicano un segnale importante: i mercati stanno iniziando a leggere il rischio legale climatico come parte del rischio finanziario.

Non è più solo reputazione; è costo del capitale, fiducia degli investitori, assicurabilità e credibilità industriale.

Il limite della via giudiziaria

Raccontare il climate litigation come una marcia lineare verso la giustizia climatica sarebbe ingenuo.

Non tutte le cause vincono. Non tutte producono effetti immediati. Anche le sentenze favorevoli richiedono implementazione, monitoraggio, volontà politica e capacità amministrativa.

Esiste anche un fronte opposto: nel 2024, la LSE ha classificato 60 casi come non allineati agli obiettivi climatici. Si tratta di azioni che contestano politiche climatiche, regolazioni ambientali, strategie ESG o iniziative di decarbonizzazione.

Inoltre, crescono i casi “green vs green”, in cui obiettivi ambientali diversi entrano in conflitto: rinnovabili contro tutela del paesaggio, decarbonizzazione contro biodiversità, infrastrutture verdi contro diritti delle comunità locali.

Il tribunale non è automaticamente un luogo “pro-clima”.

È un campo di conflitto sulla transizione.

Ed è proprio per questo che conta.

La responsabilità verificabile

Il climate litigation non sostituisce politica, impresa e cooperazione internazionale, ma ricorda una cosa che la transizione ecologica non può più ignorare: le promesse climatiche hanno bisogno di verifica.

Il clima entra nei tribunali perché non è stato considerato abbastanza nelle strategie industriali, nei piani finanziari, nelle autorizzazioni pubbliche e nella governance delle imprese.

Il climate litigation porta davanti ai giudici Stati e imprese.

E, soprattutto, porta davanti ai giudici il divario tra ciò che promettiamo e ciò che siamo davvero disposti a cambiare.

Fonti: LSE Grantham Research Institute, UNEP, Nature Sustainability, Corte europea dei diritti dell’uomo