Ogni giorno nel mondo vengono dedicate circa 16,4 miliardi di ore al lavoro di cura non retribuito: un’attività che, secondo l’International Labour Organization, equivale al lavoro quotidiano di circa 2 miliardi di persone impegnate per otto ore senza alcuna remunerazione.
Se questo lavoro fosse valorizzato economicamente, rappresenterebbe una quota significativa della ricchezza prodotta a livello globale.
Eppure, questa enorme infrastruttura sociale rimane in gran parte invisibile.
Crescere figli, assistere persone anziane o fragili, sostenere le comunità, garantire educazione e benessere: sono attività che rendono possibile ogni forma di produzione economica, ma che raramente vengono considerate parte integrante della creazione di valore.
Secondo l’ILO, il 76% circa del lavoro di cura non retribuito globale è svolto dalle donne, evidenziando come la crisi della cura sia anche una questione legata alla distribuzione delle opportunità e delle responsabilità.
Il paradosso del nostro tempo nasce proprio qui:
un sistema economico che dipende dalla cura continua a trattarla come una dimensione esterna, privata e impercettibile.
Il capitalismo che divora le proprie fondamenta
Nel suo libro Cannibal Capitalism (2022), la filosofa e teorica sociale Nancy Fraser utilizza un’immagine particolarmente potente per descrivere questa contraddizione: il capitalismo contemporaneo è un sistema “cannibale” perché tende a consumare le condizioni che gli permettono di funzionare.
Secondo Fraser, il capitalismo non è soltanto un sistema economico basato sul mercato e sulla produzione di profitto. È un ordine sociale più ampio, che dipende da elementi fondamentali che non vengono pienamente riconosciuti come fonti di valore.
Tra questi vi sono la natura, le istituzioni democratiche e soprattutto la riproduzione sociale.
Con questo termine si indicano tutte quelle attività attraverso cui una società si rigenera nel tempo: educare nuove generazioni, prendersi cura delle persone, costruire relazioni, trasmettere conoscenze e mantenere le condizioni materiali ed emotive della vita quotidiana.
Il punto centrale della riflessione di Fraser è una contraddizione:
il capitalismo necessita della cura, ma le sue stesse dinamiche possono indebolire le condizioni che la rendono possibile.
Questa tensione non nasce però soltanto nelle trasformazioni più recenti del capitalismo. Affonda le sue radici nel modo in cui il sistema ha storicamente separato la produzione economica dalla riproduzione della vita sociale.
La separazione tra produzione e cura: una costruzione storica
La distinzione tra lavoro produttivo e lavoro di cura non è sempre esistita.
Come ha mostrato Silvia Federici in Calibano e la strega (2004), tra il XVI e il XVII secolo, con la formazione del capitalismo moderno, si afferma una nuova organizzazione economico-sociale.
La progressiva separazione tra il lavoro destinato al mercato e le attività necessarie alla riproduzione quotidiana della società modifica profondamente il significato stesso del lavoro: ciò che viene svolto per il mercato assume il carattere di attività produttiva, mentre ciò che mantiene la vita e le relazioni sociali viene relegato nella sfera privata.
Questa trasformazione ridefinisce anche i rapporti di genere: il lavoro salariato viene associato alla sfera pubblica e produttiva destinata agli uomini, mentre il lavoro domestico e di cura viene attribuito prevalentemente alle donne e naturalizzato come responsabilità familiare.
Per Federici, questa divisione non è un dettaglio culturale, ma una trasformazione fondamentale dell’organizzazione capitalistica: la produzione si espande anche perché una parte delle condizioni necessarie alla sua esistenza viene collocata fuori dal mercato.
La crisi del vecchio equilibrio: dal welfare alla care economy
Nel secondo dopoguerra, il welfare state aveva creato un equilibrio parziale tra mercato, famiglia e Stato.
Sanità, istruzione, previdenza e assistenza avevano trasferito una parte della riproduzione sociale dalla dimensione privata a quella collettiva.
L’invecchiamento della popolazione, la trasformazione delle famiglie e la crescente partecipazione femminile al mercato del lavoro hanno aumentato la domanda di cura.
Ma questa trasformazione non è stata accompagnata ovunque da un rafforzamento equivalente delle infrastrutture pubbliche.
Secondo le Nazioni Unite, entro il 2050 una persona su sei nel mondo avrà più di 65 anni, rispetto a circa una su dieci nel 2022.
La domanda di assistenza è destinata quindi ad aumentare.
La risposta è stata, almeno in parte, la crescita della care economy: il trasferimento di molte attività di cura verso il mercato attraverso servizi di assistenza, sanità privata, childcare e lavoro domestico.
Ma qui emerge una nuova contraddizione.
La cura viene riconosciuta economicamente, ma rischia di essere organizzata secondo criteri e ritmi propri della produzione: efficienza, riduzione dei costi, standardizzazione.
La globalizzazione della cura
La crescita della care economy non ha eliminato la crisi della cura: l’ha redistribuita lungo nuove linee globali.
Nei Paesi più ricchi, una parte crescente delle attività di assistenza viene affidata a lavoratrici migranti impegnate nel lavoro domestico, nella cura degli anziani e nell’assistenza alle persone fragili. Questo trasferimento di responsabilità, tuttavia, non cancella il bisogno di cura: spesso lo sposta da una famiglia all’altra, da un Paese all’altro.
Molte lavoratrici migranti garantiscono il sostegno quotidiano a famiglie lontane dalla propria, mentre la cura dei loro stessi figli e dei propri cari viene affidata ad altri membri della famiglia o ad altre reti informali nei Paesi di origine.
Questo fenomeno, definito da Arlie Hochschild come “global care chain”, mostra una delle contraddizioni più profonde della crisi contemporanea: il mercato riesce a rispondere a un bisogno crescente, ma spesso attraverso una redistribuzione diseguale del lavoro di cura lungo linee di genere, classe e provenienza geografica.
La crisi della cura, quindi, non viene risolta.
Viene esternalizzata.
La nuova crisi è anche una crisi di tempo
La crisi della cura è anche una crisi del modo in cui il capitalismo contemporaneo organizza il tempo.
La produttività richiede velocità, disponibilità permanente e capacità di adattamento continuo; la cura, invece, appartiene a una temporalità diversa, fatta di durata, attesa e relazione.
Il conflitto non riguarda soltanto la quantità di tempo disponibile, ma il valore attribuito a tempi che non producono un ritorno economico immediato.
La crescente pressione sulle persone — tra intensificazione del lavoro, precarietà e aspettative di disponibilità continua — mostra una tensione più ampia: un sistema orientato alla massimizzazione dell’efficienza rischia di erodere proprio quei tempi sociali attraverso cui una comunità si riproduce.
Dalla creazione del valore alla cura del valore
La crisi della cura mostra un limite del modello economico contemporaneo: abbiamo costruito sistemi capaci di produrre sempre più valore economico, ma meno capaci di preservare le condizioni sociali attraverso cui quel valore nasce.
La cura deve essere ripensata non come un costo da sostenere, ma come un’infrastruttura fondamentale, al pari dell’istruzione, della salute e della conoscenza.
La domanda del futuro non sarà soltanto quanto valore siamo capaci di creare, ma quali condizioni siamo capaci di rigenerare affinché quel valore possa durare nel tempo.