C’è un equivoco che attraversa il nostro tempo politico, economico e culturale: spesso continuiamo a chiamare “leadership” anche ciò che leadership non è.
La leadership, nella sua forma più pura, è l’arte di orientare il gruppo verso obiettivi ed ideali più alti, di fare del bene comune il fine ultimo delle proprie azioni. Ma cosa succede quando questa responsabilità viene deviata? Quando il potere, anziché essere un mezzo per il progresso collettivo, si trasforma in un’arma ai fini personali?
In un mondo in permacrisi, la misleadership non è solo una semplice rottura di un contratto morale: è la costruzione di un sistema distorto, capace di riprodurre sé stesso e di agire con effetti a cascata, intaccando le fondamenta stesse della società.
Misleadership: oltre la cattiva leadershipIl termine misleadership è un fenomeno che va oltre la semplice inefficacia di un leader. Non si tratta solo di un vertice che fallisce nel raggiungere gli obiettivi o nel gestire le risorse, ma di una perversione del potere. In questo caso, chi guida non utilizza la sua posizione per servire la collettività, ma per consolidare la propria posizione.
La sua influenza diventa uno strumento per manipolare le istituzioni, distorcere la verità e ridurre la responsabilità a un concetto relativo, a seconda di quanto un individuo sia vicino al potere. In questo contesto, il profitto non è più un obiettivo economico legittimo, ma un fine che giustifica i mezzi e il sacrificio della giustizia e dell’equità.
Le categorie della misleadershipSecondo John Rayment e Jonathan Smith, autori di “MisLeadership: Prevalence, Causes and Consequences” (2011), la misleadership non è un singolo errore o un incidente isolato. Essa può manifestarsi in diverse forme, che deviano l’autorità e il potere dalle finalità legittime:
Un sistema che si autoalimentaQuando la misleadership si radica in un sistema, non si limita a compromettere le azioni di un singolo leader, ma pervade e distorce ogni suo meccanismo. Ogni errore, abuso o manipolazione della verità contribuisce ad indebolire progressivamente il sistema stesso, instaurando un ciclo vizioso che diventa sempre più difficile da interrompere.
Le istituzioni che dovrebbero garantire i principi fondamentali della democrazia vengono gradualmente svuotate della loro funzione originaria. La partecipazione cede il passo a un’apparente adesione, dove il consenso non deriva più dalla libera scelta, ma dalla costrizione e dall’obbedienza obbligatoria.
Nel contesto della misleadership, le risorse pubbliche smettono di essere destinate al miglioramento della collettività e diventano privilegi riservati a chi dimostra lealtà al leader. I concetti di trasparenza e responsabilità si svuotano di significato, mentre il potere si rafforza, riducendo il dissenso a un elemento da reprimere anziché un diritto da proteggere.
La prospettiva di Sarkar e Kotler: THUGPOWERSarkar e Kotler coniato il termine THUGPOWER per descrivere un’architettura del potere che non solo manipola il sistema, ma lo trasforma radicalmente.
THUGPOWER è un ciclo di misleadership che parte dall’indebolimento delle istituzioni democratiche, passa per la criminalizzazione del dissenso, e culmina in un regime in cui la manipolazione della realtà e la centralizzazione del potere sono le regole del gioco. Ogni azione compiuta all’interno di questo sistema ha lo scopo di consolidare il controllo e limitare la partecipazione, creando un sistema autoritario che diventa auto-perpetuante.
Secondo gli autori, ogni fase di questo processo è strategicamente progettata per escludere chiunque non sia fedele al potere, e normalizzare l’idea che l’obbedienza e la coercizione siano parte integrante della governance. In questo scenario, la verità diventa fluida e adattabile agli interessi dei leader, mentre le istituzioni non sono più a protezione del pubblico, ma diventano strumenti di controllo nelle mani di chi detiene il potere.
Una battaglia per il bene comuneFermare la misleadership non è una questione di riformare singole politiche, ma di ripristinare l’integrità delle istituzioni che devono servire il bene comune e non il potere personale. La democrazia, se intaccata dalla misleadership, perde la sua capacità di garantire i diritti di tutti, diventando un gioco truccato a favore di chi detiene il potere. La risposta, quindi, non è solo politica, ma anche culturale: occorre risvegliare una nuova coscienza civica che sappia distinguere la leadership autentica da quella manipolativa, lottando per la trasparenza, la giustizia e la responsabilità.
ConclusioniLa misleadership è una forma di potere che non solo danneggia un leader, ma intacca l’intero sistema su cui si fonda una società democratica. La manipolazione, la distorsione della verità e il consolidamento del potere sono alla base di un fenomeno che mina la fiducia nelle istituzioni e nel sistema stesso. La lotta contro la misleadership è, dunque, una lotta per restituire il potere alla collettività, per reinventare le istituzioni democratiche e per costruire una società giusta e responsabile. Il cambiamento non può essere delegato a pochi, ma deve essere collettivo, alimentato dalla partecipazione e dalla protezione del bene comune.
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